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  • Sara Piccolo Paci

Parliamo di... "Semplici" Arance...

Aggiornato il: apr 23


Nei giorni scorsi mi sono recata in ospedale per controlli. In tempi normali non sarebbe un evento particolare, ma in tempi di pandemia l’accesso ad una struttura ospedaliera induce a riflettere. Tra l’altro, l’ospedale in questione è quello di Santa Maria Nuova a Firenze, un ospedale in funzione dal 1288. Si, avete letto bene, è uno tra gli ospedali più antichi d’Europa ed è in funzione da settecentotrentatre anni!

Santa Maria Nuova è un esempio di come passato e presente si integrano in molti modi: non pensate ad un posto cadente, perché non lo è affatto, anzi.

L’ospedale è stato continuamente aggiornato nel corso dei secoli, sia architettonicamente che nelle competenze del suo personale. Lo so, perché ne sono stata ospite :-) Ma non è questo ciò di cui volevo parlare.


All’interno, l’ospedale ospita molti capolavori artistici ed altri che da qui provengono sono conservati in musei più che famosi, ma l’angolo che amo di più è un piccolo chiostro (l’ospedale ne conta diversi), che offre uno scorcio molto suggestivo sull’architettura del Rinascimento, ed oggi è stato ornato con una raccolta di erbe e piante officinali in memoria e ricordo dell’importanza del mondo naturale per la cura dell’essere umano.

Oggi che scrivo è il Giorno della Terra, e negli ultimi anni si fa un gran parlare di natura, sostenibilità e necessità di tutelare le risorse naturalistiche di flora e di fauna, ma quanti di noi si rendono davvero conto delle infinite implicazioni che questo rapporto speciale tra umanità e natura ha ed ha avuto nella nostra storia?


Nel chiostro di Santa Maria Nuova, in questa stagione, cattura l'occhio un piccolo albero di arancio amaro carico di piccoli frutti arancioni: già nel medioevo l’arancio era considerato vera e propria medicina per le sue molteplici proprietà e questo spiega la sua presenza tra le piante officinali, i cosiddetti semplici, del chiostro.

Sia le foglie come i frutti erano impiegati sotto varie forme per la guarigione di diversi disturbi: le foglie hanno proprietà antispasmodiche, digestive e calmanti; il frutto, benché amaro per il gusto, si usa nelle marmellate e nella pasticceria, e dalla buccia si ricava l’olio essenziale, che è antinfiammatorio e disinfettante.

Ma la sua presenza nel chiostro dell’ospedale non è legata solo ai suoi aspetti terapeutici: alle spalle vi è una lunga storia culturale che parla di tutti noi, e delle nostre relazioni, ibridazioni e scambi.


L’arancio amaro (Citrus Aurantium) è la variante più antica di arancio e proviene dall’Estremo Oriente – Cina, India, Indonesia –, mentre quello che conosciamo ed apprezziamo oggi sulle nostre tavole è frutto di un’ibridazione tra il mandarino e il pomelo (Citrus Sinensis).

Compare in Medio Oriente probabilmente attorno al X secolo e non stupisce, visto che gli Arabi erano già noti per le alte competenze in campo medico, ma anche per l’apprezzamento estetico della bellezza - ed è innegabile che questi piccoli alberi, con i loro frutti sferici e dal colore brillante, siano veramente belli.

In Italia venne introdotto in un periodo variabile tra il XIII e il XV secolo, probabilmente dai mercanti delle Repubbliche marinare o forse già dagli Arabi nel Sud Italia, mentre i Portoghesi lo importarono in Spagna e in Portogallo, dove divenne un frutto molto commercializzato (da ciò il nome con cui essi sono conosciuti internazionalmente ed anche in molte regioni d’Italia, portugal).

Tra le prime testimonianze della sua comparsa in Italia, una leggenda che riguarda San Domenico in cui si racconta che nel 1220 il santo spagnolo, dopo aver ricevuto da papa Onorio III la disponibilità del convento di Santa Sabina all’Aventino per istituirci il quartier generale dei domenicani, vi abbia piantato un arancio nel chiostro. La pianta esiste veramente ed ha continuato a dare frutti da alberi rinati sulle radici del primo.


Ma è nel corso del Quattrocento che l’arancio diviene uno tra gli alberi da giardino più apprezzati, segno della sua inarrestabile diffusione e dell’apprezzamento ornamentale per i suoi colori e i suoi profumi, tanto che il frutto comincia a comparire negli allestimenti dei deschi e delle ghirlande rinascimentali – soprattutto dalla seconda metà del secolo - assieme al limone.

Nel 1434 Roger Van der Weyden dipinge una Annunciazione (oggi al Louvre), dove due piccole arance spiccano sulla mensola del caminetto alle spalle dell’angelo, accanto ad una anghistera ricolma d’acqua: le prime alludono alla fertilità del momento e alla duplice natura del Cristo – umana e divina – e l’altra all’acqua del battesimo.

Nel 1452 Cosmè Tura dipinge una dolcissima Madonna col Bambino in un giardino, dove spicca un albero di arance amare (National Gallery, Washington). Del resto, la pianta dell’arancio appartiene alle sempreverdi – eterne e incorruttibili – e anche per questo limoni ed arance sono frutti legati alla simbologia mariana ed a quella cristologica: i fiori – bianchi - sono usati nei bouquet delle spose per rappresentarne la castità, mentre le proprietà terapeutiche dei frutti e il profumo inebriante sottolineavano la simbologia salvifica. Allo stesso tempo, la pienezza e la rotondità del frutto, la brillantezza del colore e il succo usato per arricchire la cucina evocano la maternità e l’abbondanza.


Vivide arance e profumo di zagara ornano il boschetto di uno dei quadri più famosi del Rinascimento, la Primavera di Botticelli (1478, Uffizi), la cui complessa simbologia è ancora in parte da comprendere: gli aranci rappresentano il giardino dell’Eden o forse il giardino delle Esperidi, ma in entrambi i casi ci parlano di un legame privilegiato con il mistero della Natura.

Da questo momento le citazioni del frutto nelle opere d’arte si moltiplicano, raggiungendo un apice tra gli anni ‘80 e ‘90 del Quattrocento: il Ghirlandaio lo dipinge nel Cenacolo d’Ognissanti (1480) ed anche Leonardo lo aggiunge nei festoni e sui piatti del suo Cenacolo (1494-1498, Milano), e poi Andrea Mantegna nella Madonna della Vittoria (1496) e poco dopo nella Sacra Famiglia e nel Battesimo di Cristo (1504-1506, Basilica di S. Andrea a Mantova).


E ancora, Cima da Conigliano dipinge una austera Madonna dell’Arancio (1496-1498, Accademia di Venezia), nella quale l’alberello carico di frutti sovrasta la Vergine e il Bambino con il suo ombrello sempreverde, evidente allusione alla natura eterna del Cristo.


Agli inizi del Cinquecento la piccola arancia amara si trova rappresentata, quasi natura morta, ai piedi della Madonna della Tenda del Giampietrino (ca.1515, museo Bagatti Valsecchi, Milano), mentre attorno allo stesso periodo Giovanni Agostino da Lodi ritrae un pollo cucinato con arance nella Cena in Emmaus (Milano, Coll. F. Micheli), ed a questo proposito, il famoso cuoco Bartolomeo Scappi (1500-1577), autore del più grande trattato di cucina del tempo (Opera di Bartolomeo Scappi, Mastro dell’Arte del Cucinare, 1570), raccomanda la ricetta di una salsa di arance amare con cannella e chiodi di garofano per condire frittelle o selvaggina. È ormai il tempo in cui l’arancia, ormai decisamente più diffusa, è entrata nella grande cucina.


Ritorno in me, ed osservo il piccolo albero che mi ha portato a fare il giro del mondo e a ricordare gli infiniti scambi culturali che lo hanno condotto fino a questo chiostro, e lo osservo stupita.

Dalla "semplice" combinazione della presenza di questo alberello in un luogo particolare, abbiamo viaggiato con carovane attraversando mari e deserti, intravisto la vita spirituale che ne ha originato il simbolismo, fatto un breve giro nella storia della medicina, conosciuto l'opera di grandi artisti e ci è pure venuta l'acquolina in bocca al pensiero di alcune pietanze elaborate cinquecento anni fa che potremmo anche riprovare a fare noi stessi...

Ma, noi umani, quando diventeremo davvero consapevoli di quanto siamo interconnessi, intrinsecamente tessuti assieme, con il mondo che ci circonda?


Le immagini sono di Wikimedia Commons


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